IlservizioabitativoIn Italia, l’edilizia sociale, che è nata agli inizi del Novecento con la legge Luzzatti (1903), si è sviluppata in modo consistente nel Secondo Dopoguerra, prima con la normativa INA-Casa e Gescal e poi con le leggi degli anni Sessanta/Settanta (n. 167/1962, n. 865/1971, n. 457/1978), attraverso l’azione degli Istituti Autonomi Case Popolari (IACP).
Alla fine degli anni Novanta, due eventi hanno determinato un consistente cambiamento nelle politiche della casa ed una rilevante contrazione delle iniziative di edilizia sociale: da una parte, a seguito del trasferimento alle Regioni di tali competenze, come previsto dal D.Lgs. n. 112/1998, ogni Regione ha riorganizzato le strutture preposte alla realizzazione e gestione dei programmi costruttivi e, dall’altra, lo Stato ha progressivamente ridotto i propri finanziamenti fino al loro sostanziale esaurimento. Si può individuare nella legge n. 21/2001, riguardante il secondo programma di Contratti di Quartiere e il programma denominato “20.000 abitazioni in affitto”, l’ultimo provvedimento che ipotizza un finanziamento pubblico statale.
I mutamenti del contesto amministrativo hanno stimolato la nascita di nuove politiche abitative, promosse autonomamente dalle Regioni, dagli altri Enti locali e da soggetti del terzo settore, denominate housing sociale o social housing con l’espressa intenzione di tenerle distinte dai più tradizionali provvedimenti per la casa.
Nei documenti italiani più recenti, la locuzione housing sociale è riferita, in particolare, a progetti volti a realizzare alloggi in affitto a canone calmierato, ovverosia sottratto alle dinamiche del mercato e destinato a categorie di beneficiari distinte da quelle dell’edilizia residenziale pubblica. Com’è noto, le politiche abitative tradizionali poggiano su due capisaldi, riassumibili nell’assicurare abitazioni in affitto ad un segmento assai ridotto di individui, coincidente con la parte più disagiata della società, e nel favorire l’acquisizione di alloggi da parte di una fascia più ampia di popolazione, comprendente il ceto medio. Con riferimento all’offerta di case in affitto, possono essere individuati come elementi critici strutturali sia la concentrazione dell’edilizia sovvenzionata in ambiti che possono facilmente diventare aree di degrado urbanistico e sociale, sia la marginalità degli interventi, in termini quantitativi e qualitativi, a fronte dell’ampliamento e della segmentazione della domanda. In sintesi, la politica abitativa ha avuto un ruolo marginale in Italia, traducendosi in un insieme di misure compensative da far entrare in gioco in situazioni di emergenza o comunque a beneficio, senza peraltro riuscire nell’intento, di quanti erano esclusi dall’accesso all’abitazione.
Alcuni elementi congiunturali hanno accentuato le criticità sopra evidenziate; tra questi, la riduzione del numero di alloggi, conseguente alla facoltà di dismissione del patrimonio immobiliare degli ex Istituti Autonomi in base alla legge 560/1993 (attualmente pari al 10% del patrimonio complessivo), lo scarto tra le domande per l’assegnazione di case ERP ed i conferimenti effettivi4 nonché la riduzione dei contributi pubblici per i programmi costruttivi. Da ultimo, lo strumento preferenziale per la realizzazione dell’edilizia sociale – il Piano per l’edilizia economica e popolare (PEEP) – è di difficile utilizzazione, in quanto prevede l’acquisizione forzosa dei terreni mediante procedure di esproprio onerose sotto il profilo gestionale e finanziario. In questo quadro, sinteticamente tracciato, si inserisce la presente iniziativa editoriale, che, a partire dall’indagine ricognitiva – completa e complessa – sul tema dell’edilizia sociale e popolare, trattato sia sotto il profilo normativo sia sotto quello delle esperienze attuate o in progetto, propone una propria soluzione attraverso la presentazione di un modello sperimentale. Quest’ultimo, incentrato su un mix di interventi, favorendo il superamento delle note problematiche gestionali dell’ERP esistente e insistente su un medesimo territorio (approccio verticale per “quartiere”), può contribuire alla promozione delle politiche di social housing e degli interventi di edilizia libera sullo stesso ambito territoriale.
Il modello ipotizzato ricerca: la sostenibilità economica, senza il ricorso a finanziamenti pubblici “straordinari” (fermando cioé le “emorragie” finanziarie legate alla gestione di ERP); la sostenibilità tecnica, mediante l’impiego di metodologie costruttive moderne e a basso impatto energetico; la sostenibilità gestionale, attraverso l’introduzione di una nuova figura, identificata con l’acronimo N.O.A.S. (Nuovo Operatore dell’Abitare Sociale) ed, infine, quella più importante, la sostenibilità sociale, con il nuovo modello abitativo, di genesi pubblica, teso all’integrazione sociale e allargato anche alla sempre più consistente “fascia grigia” della popolazione.

Ezio Bigotti
Presidente EXITone